Referendum un perfetto sconosciuto

Per quelli che, come noi, considerano la politica italiana gravemente malata per non dire moribonda, la vicenda delle votazioni per il prossimo referendum non è che un’ulteriore conferma.

Basta parlare con le persone normali, non impegnate cioè con la politica e le sue vicinanze, per constatare l’assoluta ignoranza della scadenza referendaria.

I comunicati elettorali pochi e poco attraenti, i manifesti latitano, persino i social sembrano lontani dalla scadenza.

Eppure la raccolta di firme per ottenere le votazioni di alcuni referendum sulla giustizia era stata voluta e sollecitata con grande dispendio di energie soprattutto dalla Lega (tra gli slogan “chi sbaglia paga” per sottolineare la responsabilità dei magistrati) che aveva raccolto oltre quattro milioni di firme di elettori regolarmente verificate: uno sforzo massiccio anche se poi non è stato necessario consegnarle alla Cassazione dato che il voto dei consigli regionali (ben nove quando secondo la costituzione ne sarebbero bastati cinque) le aveva rese superflue.

La valanga di firme era stata agevolata dal caso Palamara, il magistrato già potente presidente della Associazione Nazionale Magistrati risultato al centro dell’inchiesta che ha squarciato il velo sulle trattative tra le correnti delle toghe per distribuire incarichi e ruoli nelle Procure e Tribunali italiani con rapporti illeciti con lobbisti e politici.

Una vicenda complessa e forse non del tutto conclusa ma che ha certamente favorito la reazione popolare nella raccolta delle firme.

Abilissimo Salvini nel cavalcare ilo sconcerto generato da questi fatti e a intestarsi i referendum volti a creare una giustizia più giusta.

Come troppo spesso accade al leader della lega, come a molti suoi colleghi di altri partiti, alla capacità di cavalcare le emozioni non segue quasi mai la volontà di trasformarle in azioni concrete, in nuovi assetti istituzionali, in rinnovamento della vita politica e istituzionale.

Così i referendum sono stati abbandonati anche da chi li ha promossi e restano sconosciuti alla maggioranza degli elettori.

E’ un fatto grave per due ordini di motivi.

Il primo consiste nel fatto che il referendum può essere un prezioso momento di partecipazione popolare: è previsto dalla nostra costituzione entro precisi limiti (può essere solo abrogativo di leggi o parti di leggi, non propositivo di nuove norme) e potrebbe costituire un momento di importante riflessione nazionale sui temi oggetto della votazione.

Lo scomparso leader radicale Marco Pannella aveva saputo utilizzare con abilità lo strumento referendario per portare avanti le battaglie relative a una visione dei diritti tipica del movimento radicale e per far questo non aveva rinunciato a utilizzare strumenti provocatori come lo sciopero della fame e della sete, l’incatenarsi ai cancelli della Rai per denunciarne la (vera o presunta) latitanza nell’informazione referendaria. E Pannella era a capo di un partito che contava elettoralmente pochissimo.

Il leader di un partito che ha sfiorato un terzo del consenso elettorale, che ha ruoli importanti nel governo ha invece completamente trascurato una battaglia che era sembrato intestarsi seriamente.

Ora con tutti i limiti dello strumento referendario, i quesiti che possiamo votare il prossimo 12 giugno, costituiscono un’occasione per sollecitare una riforma della giustizia di cui il paese ha assoluto bisogno.

Non stupisce che contro i referendum abbia preso posizione il Partito di Enrico Letta, erede, attraverso molte mutazioni, di quei politici comunisti e democristiani di sinistra che sono stati i beneficiari della cosiddetta rivoluzione giudiziaria di Mani pulite e di cui solo oggi possiamo conoscere tutti i risvolti.

Il secondo importante motivo è che la democrazia italiana ha bisogno di riequilibrare il rapporto tra i tre poteri fondamentali che costituiscono la garanzia di uno sviluppo pacifico dello stato: legislativo, esecutivo e giudiziario. Abbiamo accennato in altra occasione all’importanza che il parlamento così come i consigli dei diversi gradi istituzionali riprendano il loro ruolo specifico rispetto alla prevalenza di governi ed esecutivi.

Così è altrettanto importante che la giustizia torni ad applicare le leggi rispettando il ruolo di chi le leggi è costituzionalmente deputato a farle, evitando quanto sta succedendo da anni in cui la magistratura (o, meglio, una parte di essa) si è assunta il compito di indirizzare la vita politica – e, a volte addirittura di dettare la moralità – del nostro paese.

Il voto referendario non cambierà di colpo la situazione ma una buona partecipazione e un forte prevalere dei SI nelle urne potrà costituire un apporto importante per chi crede in una giustizia più giusta e anche sostenere il tentativo di quanti nel Parlamento vogliono sostenere la ministra Cartabia nel suo tentativo di riforma.

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